Sto acquarellando una genziana. Parte di una piccola collezione che una donna, amante dei fiori montani mi ha chiesto di creare. Una costellazione di petali che parlano di silenzi, di vento freddo, di passi lenti tra i sassi. Mentre il pennello sfiora la carta, la genziana mi appare come un minuscolo portale alpino…un fiore che non si limita a esserci, ma è custode di misteri.
La genziana è un frammento di cielo caduto a terra. Il suo blu è saturo, è un richiamo, una profondità che invita a chinarsi, a guardare dentro, come se nel cuore della corolla si nascondesse una goccia di notte. È figlia delle altitudini, e porta con se la la forza delle rocce che la proteggono.
C’è una curiosità che mi incanta; sa dialogare con la luce. Si apre e si chiude, assecondando il sole, rifuggendo l’umido. I montanari la osservavano come si fa con un oracolo discreto: se la genziana si richiudeva, il tempo stava per cambiare, pare che indovinasse i capricci del cielo meglio degli stessi pastori.
Profonda è anche la storia del suo nome. Si racconta che un re antico, Genzio, scoprì le virtù della sua radice amarissima, amaro che cura, che risveglia, che ricorda alle vene il ritmo del mondo. Da allora la radice di genziana è diventata elisir, rimedio, liquore montano; un sorso di terra e cielo mischiati insieme.
Mentre coloro la sua forma, mi accorgo che la genziana è più di un fiore è anche un carattere. È la prova che la bellezza può nascere dove l’inverno affila le stalattiti, dove la terra è scarsa di tutto, tranne che di verità. È una piccola lezione di resistenza poetica, fiorisci comunque, anche se il vento non ti promette gentilezza.
E così questo blu, che sembra quieto, porta in sé un’eco antica. La genziana ti invita a scendere nel profondo e a lasciarti sorprendere dal segreto che ogni creatura tenace porta con sé.









