È da un po’ che questo spazio resta in silenzio. In realtà dietro questo silenzio c’è stato molto lavoro lento e concentrato. Sto terminando l’ultimo acquerello su commissione, quello dedicato ai fiori montani di cui avevo scritto qualche articolo fa. 

Concludere questo ultimo acquerello segna anche una soglia. Ho deciso di non prendere più commissioni. Dirlo così sembra semplice, ma non lo è affatto. Le commissioni sono una strada sicura danno una direzione già tracciata, rispondono a un’attesa esterna. Creare qualcosa di proprio invece è come esporsi a cielo aperto, senza garanzie, con l’unica bussola del sentire.

A questo si aggiunge un cambiamento più profondo, forse meno visibile ma decisivo, il mio processo artistico si è allungato, si è fatto più meditato. Non c’è  solo il tempo della pittura ma anche quello che la precede e quello che la accompagna. Prima di dipingere, ascolto di più. Lascio sedimentare immagini, emozioni, ricordi. E accanto al colore è entrata con naturalezza la scrittura.

Scrivere non è un commento all’opera, né una spiegazione. È parte del processo stesso. A volte le parole arrivano prima come un terreno da preparare; altre volte seguono per raccogliere ciò che il gesto ha lasciato in sospeso. Scrittura e acquerello si osservano, si influenzano, si concedono pause. Questo rende tutto più lento, ma anche più necessario. Non c’è più l’urgenza di “produrre”, c’è il desiderio di comprendere.

So bene che è più facile vendere ciò che nasce su richiesta che ciò che nasce da dentro. Ma l’arte, quella che resta, spesso arriva da un punto meno comodo e più vero. È un rischio ma è anche una forma di fedeltà a me stessa, al mio modo di guardare il mondo, me lo devo. 

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