Il ritratto dietro il velluto

Questa volta pubblico qui uno dei miei racconti, solitamente per “I Racconti dell’Hedera” utilizzo un’altra piattaforma (Substack)

Giunsi alla dimora nei primi giorni di novembre, quando l’aria possiede quella particolare freddezza che non ferisce il viso, ma sembra insinuarsi direttamente nei pensieri. Il cocchio mi lasciò dinanzi ai cancelli in ferro battuto e per un momento, osservai l’edera che divorava le mura di pietra. Pareva una mano verde intenta a reclamare ciò che il tempo aveva dimenticato.

La casa apparteneva a un mio lontano parente, ormai defunto da alcuni mesi, e poiché nessun altro aveva desiderato occuparsene, tale compito era caduto su di me.

L’interno conservava quell’odore che appartiene alle stanze chiuse troppo a lungo: cera consumata, legno antico e lievi tracce d’umidità. Ogni mobile giaceva sotto lenzuola ingiallite come fantasmi in attesa.

Nei giorni successivi mi dedicai all’esame delle stanze e dei registri, finché, in un corridoio del piano superiore che nessuna finestra sembrava voler illuminare, trovai una  porta  rivestita di velluto rosso cupo.

Veramente singolare, pensai.

Non era chiusa.

Entrai chinando la testa.

La stanza era quasi spoglia. Soltanto una poltrona, una tavola e un grande ritratto coperto da un drappo nero.

Ricordo con chiarezza il disagio che mi colse. Non saprei dire perché. Talvolta l’animo riconosce pericoli…

Lasciai trascorrere alcuni minuti osservando quel drappo immobile.

Poi lo sollevai.

Il dipinto raffigurava una figura seduta accanto a una finestra. Nulla di insolito, se non fosse per un particolare: il volto era nascosto dall’ombra.

Pensai a un’opera incompleta.

Eppure il resto era rifinito con una precisione che potrei definire maniacale ; le pieghe dell’abito, le dita pallide, persino la pioggia oltre i vetri appariva viva.

Tornai la sera seguente accompagnata dalla luce di una candela

Vi era qualcosa che mi attirava e qualcosa che mi inquietava.

Posai la luce sul tavolo e guardai ancora.

Per un istante mi sorpresi a ricordare quel singolare romanzo del signor Wilde, comparso alcuni anni prima, nel quale un ritratto custodiva sulla tela ciò che il volto umano rifiutava di confessare. Ricordo d’aver sorriso allora a quell’idea , poiché gli uomini amano definire fantasia tutto ciò che non hanno ancora veduto coi propri occhi.

Quel sorriso si spense presto, mi accorsi del cambiamento. La mano.

Ne ero certa… nel dipinto la mano era prima raccolta sul grembo; ora invece poggiava sul bracciolo della poltrona.

Risi della mia stessa impressione. L’occhio inganna e la memoria tradisce.

La notte seguente tornai ancora.

E il cuore cessò quasi di battermi nel petto.

La figura era leggermente voltata verso di me.

Non molto. Abbastanza.

Smisi di dormire.

Cominciai a osservare il quadro ogni giorno.

Ogni giorno mutava. Lentamente. Inesorabilmente.

Il viso emergeva dalle ombre.

Le spalle ruotavano.

Gli occhi prendevano forma.

E più la figura si mostrava… più mi pareva familiare.

Una sera, tremando, presi uno specchio dalla mia camera e lo posai davanti al dipinto.

Istanti infiniti, non compresi.

Poi lo specchio cadde dalle mie mani. Il volto era il mio.

Non il mio volto di allora, no.

Il mio volto consunto dal tempo.

Le guance scavate.

Gli occhi spenti.

Come se qualcuno avesse dipinto ciò che ancora non ero diventata. 

Dovevo andarmene.

Scoprii, con mio stesso disgusto, che la curiosità supera spesso la paura.

La sera seguente mi recai nella biblioteca.

Tra vecchi atlanti e volumi dimenticati trovai un registro appartenuto al mio defunto parente.

Le prime pagine parlavano di questioni ordinarie: conti, raccolti, acquisti.

Poi la grafia mutava. Diventava nervosa.

Lessi:

“Non muta in mia presenza.”

Più avanti:

“Attende che io lasci la stanza.”

Ancora:

“Ho coperto gli specchi.”

Sentii un gelo percorrermi la spina dorsale.

Voltai altre pagine.

“Stanotte l’ho trovato rivolto verso la finestra.”

“Non rammento d’averlo dipinto con gli occhi aperti.”

Le ultime righe erano tremolanti

“Vi è una seconda porta.”

Sollevai lo sguardo.

Fu allora che udii il rumore.

Tre colpi.

Lenti.

Toc.

Toc.

Toc.

Non provenivano dalla porta della biblioteca. Nemmeno dal corridoio.

Provenivano dalla parete.

Guardai il registro.

L’ultima frase:

“Se udirete bussare, non cercate la porta.”

Naturalmente la cercai…l’uomo è una creatura singolare, basta dirgli di non guardare, ed egli spalancherà gli occhi.

Passai ore a battere le mani contro il legno delle pareti, finché una porzione della libreria cedette.

Dietro di essa apparve una stretta apertura, un’ aria gelida mi colpi il viso

Nelle narici l’odore delle stanze rimaste chiuse troppo a lungo.

Entrai portando con me la lampada.

La scala scendeva sotto la casa, consumata da molti passi. Troppi.

Mi ritrovai in una piccola stanza circolare. Ricoperta di ritratti.

Decine.

Forse centinaia.

Uomini.

Donne.

Volti di ogni età.

E tutti possedevano la medesima espressione. Terrore.

Avvicinai la candela

Sotto ciascun dipinto compariva una data.

Osservai l’ultima tela. Era vuota…non del tutto.

Lentamente, nel bianco della tela, iniziarono a comparire linee sottili.

La curva di una spalla.

Il contorno di una mano.

E compresi.

Non era il ritratto al piano superiore che mutava. Era questo. L’altro era soltanto uno specchio.

Udii un rumore alle mie spalle

Voltandomi, vidi la porta richiudersi. Poi, nel silenzio e una voce.

Molto vicina.

Troppo vicina, pareva uscire dalle pareti stesse. La riconobbi.

Era la mia.

E pronunciò soltanto: “Finalmente.”

Molti anni sono trascorsi da allora.

Scrivo queste righe in una stanza che non possiede finestre.

Ho smesso di contare i giorni.

Talvolta odo passi sopra la mia testa.

Talvolta qualcuno bussa.

Tre colpi. Sempre tre.

Una figura.

Immobile.

Ferma dietro le mie spalle.

Sento il ghigno 

E temo che quando terminerò queste parole dovrò voltarmi.

La curiosità è una candela singolare: illumina il cammino e talvolta, rivela ciò che avrebbe dovuto restare nell’ombra.” (Hedera)

I ciclamini

Ciclamini, piccoli petali che danzano nell’aria fredda, come frammenti di colore in un mare di nebbia. Crescono tra le foglie cadute, fiorendo silenziosi, quasi nascosti, in un gesto di pura delicatezza.

Sono fiori di resistenza, che sfidano l’inverno e portano il rosa e il viola nei giorni più grigi, come un soffio di dolcezza sul mondo intorpidito dal gelo. Ogni ciclamino è un inno alla pazienza, un racconto di bellezza semplice e sincera, che si nasconde in un angolo del bosco, aspettando l’occhio attento che lo scopra.

Ci ricordano che, anche nei momenti più freddi, c’è un fiore che sa aspettare la primavera, conservando in sé la forza di rifiorire.

I ciclamini, acquerello cm 24×32 su carta Hahnemühle 300gr