Dialogo con l’ombra

“Dialogo con l’ ombra” la mia ultima guache

Una vanitas intima, quasi sospesa. Il volto della donna è il centro emotivo del dipinto.  Lo sguardo rivolto altrove, in una dimensione interiore dove convivono lucidità e malinconia. La foglia d’ edera sul viso reclama  il corpo, ricordandoci che ogni cosa torna lentamente alla terra.

Lei sembra abitare un tempo diverso, più lento, dove ogni cosa è già compresa. Accanto, il teschio completa questa calma. È una presenza necessaria, quasi domestica, che si inserisce nel racconto.

I fiori, colti nel momento del cedimento, sono transizione. Non sono più nel pieno della loro fioritura, ma non sono ancora dissolti, esistono in quell’istante sospeso in cui la bellezza si piega su se stessa e comincia a trasformarsi. È proprio lì che l’opera trova il suo centro, in quella tensione minima tra permanenza e perdita.

La tradizione della vanitas è evidente, ma qui viene ridotta all’essenziale. Non c’è accumulo di simboli, né eccesso narrativo. L’ombra  è una controparte inevitabile, una presenza che definisce il contorno stesso della luce.  In un tempo abituato all’eccesso e alla dichiarazione, qui si sceglie la via più difficile quella della sospensione, dell’allusione, del non detto.

Alla fine, ciò che resta è la relazione tra gli elementi.

Memoria #1 e #2

Mi è stato chiesto se sto attraversando un momento particolarmente triste, guardando ciò che dipingo.

Capisco la domanda. L’arte attraversa anche zone d’ombra. Ma non sono io a viverci dentro.

Ci passo, le esploro, le ascolto. Sono luoghi necessari, come corridoi silenziosi che portano altrove.

Forse non è così evidente, ma i Memento Mori e le Vanitas c’entrano poco con la morte in sé. Non celebrano la fine: ricordano il tempo, il passaggio, il valore di ciò che è vivo adesso.

Un fiore che appassisce non parla di morte, parla di vita che accade, che cambia, che non si può trattenere. Un teschio non significa morte: è memoria, misura, presenza.

Dipingo ciò che esiste, non solo ciò che rassicura. Perché la luce, senza ombra, resta piatta.

Non è tristezza. È uno sguardo che sceglie di vedere fino in fondo.

Memoria#1 e Memoria #2  gouache su cartoncino

“Memoria”

Tra le foglie d’ edera anche la morte respira…la memoria che continua a crescere… 

Memoria è ciò che non si arresta

Tra le foglie d’edera anche la morte respira non vuole essere una provocazione.

Siamo abituati a pensare la morte come interruzione. Esiste un prima e un dopo. Ma l’edera  con la sua ostinazione vegetale, con la sua crescita lenta e inesorabile  introduce un’altra lettura; quella della continuità.

L’edera avanza, si arrampica, avvolge. Non distrugge nel senso violento del termine, ingloba. Trasforma le superfici in memoria viva. Ciò che tocca non scompare, viene trattenuto in una nuova forma.

In questo senso, la morte nell’opera non è un punto finale, ma una soglia porosa.

“Memoria” Guache su tavoletta

“Impermanenza”

Titolo : Impermanenza

In questa opera il tempo non distrugge, trasforma.

La materia scorre da uno stato all’altro, senza confini netti.

Ciò che sembra finire, continua altrove.

C’è un momento, sospeso e quasi impercettibile, in cui smettiamo di pensare al tempo come a una linea e iniziamo a sentirlo come una materia. In questa opera, la clessidra non misura. Non scandisce. Non impone una fine.

La sabbia è terra che scivola per trasformarsi.

Le radici insinuano una possibilità…qui l’ edera non è invadente.

Riconosce ciò che le appartiene, anche dentro il vetro, anche dentro ciò che credevamo chiuso.

 Quell’ombra appena accennata, quasi un ricordo  che suggerisce ciò che siamo abituati a temere: la fine, la perdita, il dissolvimento.

Impermanenza  è continuità senza forma stabile.

Viviamo cercando di trattenere: oggetti, momenti, persone, perfino versioni di noi stessi.

Ma ogni tentativo di fermare il flusso crea solo attrito. E l’attrito, lentamente, consuma.

Non tutto ciò che finisce, davvero finisce. Trasformazione non è nel passaggio da uno stato all’altro, ma nella nostra capacità di non opporci. Lasciare che qualcosa si dissolva per fare spazio.

Qualcosa, prima o poi, germoglia.

Impermanenza, gouache su faesite

Sempre natura è

Prima dipingevo ciò che si vede. Ora dipingo ciò che resta. Non è cambiato il tema è cambiato lo sguardo.

Animali, fiori, morte, trasformazione…sempre natura è.

Solo che adesso non la rendo più facile. La seguo. Ho sempre dipinto la natura rendendola riconoscibile, ordinata, comprensibile.

Animali, fiori, forme che si lasciavano guardare…accoglienti.

Poi qualcosa si è spostato.

Non è più una questione di soggetto. È una direzione.

Ho smesso di chiedermi cosa fosse giusto mostrare, ed ho iniziato a seguire ciò che è mio, meno leggibile, meno comodo, la mia natura.

“Humus”

Titolo: Humus 

Gouache su tela

“Nulla si perde, tutto si trasforma”

 C’è una soglia silenziosa tra ciò che finisce e ciò che comincia, una zona d’ombra, fertile, dove le forme si disfano e il senso cambia pelle, lì nasce l’humus; la materia che ha smesso di essere ciò che era, ma non  smette di esistere.

Guardiamo ciò che cade, una foglia, un corpo, un’idea e lo chiamiamo fine. Ma la terra non conosce questa parola. Lei accoglie, disgrega, rimescola. Nulla si conserva intatto, e proprio per questo tutto continua, la perdita è solo una forma imperfetta del nostro sguardo.

In questo spazio di trasformazione, anche il tempo si comporta diversamente. Non scorre in linea retta…si piega, ritorna, sedimenta. Ciò che è stato si deposita, si scioglie, entra in circolo. Diventa nutrimento per qualcosa che ancora non ha un nome.

L’humus è un linguaggio lento un’ibridazione continua.

Noi siamo parte di questo processo. Le esperienze che crediamo perdute  relazioni finite, versioni di noi stessi abbandonate, fallimenti,  non scompaiono, cambiano stato. Si depositano in profondità, dove non possiamo più distinguerle, ma da cui continuiamo a emergere.

“Nulla si perde, tutto si trasforma” non è una frase consolatoria. È una legge silenziosa, indifferente ai nostri desideri di permanenza. Non promette di restituirci ciò che abbiamo amato nella stessa forma. 

Humus è una soglia oscura e feconda, perché ciò che crediamo di perdere, in realtà, sta già diventando altro.

“Humus” Gouache su tela ovale cm 30×40

Vanitas…nuovo dipinto su tela

Sono immersa in un dipinto a gouache su tela, ho raccolto l’ispirazione nel mio giardino spettinato. Si tratta di una Vanitas

Vanitas è un termine latino che significa “vanità”, ma nel senso più profondo di caducità, transitorietà, fragilità della vita umana.

Nel linguaggio artistico indica un genere, soprattutto pittorico, che fiorisce nel Seicento  in particolare nei Paesi Bassi e che ruota attorno a un concetto semplice e brutale:

Tutto passa. Anche tu.

Le Vanitas si sviluppano nel clima culturale del Barocco, fortemente influenzato dal pensiero religioso protestante e cattolico.

Il riferimento è biblico, dal libro dell’Ecclesiaste:

“Vanitas vanitatum et omnia vanitas”

“Vanità delle vanità, tutto è vanità”.

Qui “vanità” non significa narcisismo, è illusione di permanenza.

La Vanitas non è macabra, la possiamo definire una meditazione visiva sul tempo, in un certo senso è una pittura filosofica.

Work in progress