Tempus edax rerum

Il tempo divora ogni cosa.”

Così scriveva Ovidio nelle Metamorfosi, consegnando ai secoli una delle più potenti riflessioni sulla condizione umana.

Questa Vanitas nasce da quelle parole.

Un teschio emerge dall’omba,reliquia silenziosa. Sopra di esso si posa la falena testa di morto, creatura che da sempre abita il confine. Non è soltanto un simbolo di morte, è il segno del passaggio, della trasformazione inevitabile che accompagna ogni esistenza.

L’edera si intreccia attorno alle forme consumate dal tempo. Mentre la materia si deteriora, essa continua a crescere, ad avvolgere, a persistere. Nella sua presenza convivono due significati opposti e complementari: la memoria che resiste e la natura che lentamente riconquista ogni cosa.

Anche lo specchio ha smesso di restituire immagini nitide. Ci ricorda che nulla rimane immutato. Volti, oggetti, ambizioni, perfino i ricordi più cari vengono lentamente levigati dal trascorrere degli anni. Le antiche Vanitas non parlavano soltanto della morte; invitavano piuttosto a osservare la fragilità delle cose terrene e a riconoscere il valore del tempo che ci è concesso.

La falena, il teschio e l’edera ci raccontano che tutto ciò che nasce è destinato a cambiare forma. Il tempo divora, ma nel suo incessante passaggio lascia tracce.

Ed è in questa consapevolezza che si nasconde la parte più preziosa dell’esistenza: ogni istante possiede un valore inestimabile.

Tempus edax rerum.

Il tempo divora ogni cosa, ma è proprio il suo passaggio a rendere preziose le cose che amiamo.

Gouache su tavoletta

Anatomia silentii

Guazzo Su tavoletta, per questo lavoro ho trovato una splendida cornice guilloché

L’edera, tenace e antica, attraversa il teschio, è memoria vivente. I fiori diventano il fragile atto di resistenza contro la dissoluzione, mentre il silenzio si deposita come polvere sottile su ogni forma.

Il silenzio è ciò che rimane quando la voce umana smette di esistere e il mondo naturale si riprende il proprio linguaggio segreto.

Dialogo con l’ombra

“Dialogo con l’ ombra” la mia ultima guache

Una vanitas intima, quasi sospesa. Il volto della donna è il centro emotivo del dipinto.  Lo sguardo rivolto altrove, in una dimensione interiore dove convivono lucidità e malinconia. La foglia d’ edera sul viso reclama  il corpo, ricordandoci che ogni cosa torna lentamente alla terra.

Lei sembra abitare un tempo diverso, più lento, dove ogni cosa è già compresa. Accanto, il teschio completa questa calma. È una presenza necessaria, quasi domestica, che si inserisce nel racconto.

I fiori, colti nel momento del cedimento, sono transizione. Non sono più nel pieno della loro fioritura, ma non sono ancora dissolti, esistono in quell’istante sospeso in cui la bellezza si piega su se stessa e comincia a trasformarsi. È proprio lì che l’opera trova il suo centro, in quella tensione minima tra permanenza e perdita.

La tradizione della vanitas è evidente, ma qui viene ridotta all’essenziale. Non c’è accumulo di simboli, né eccesso narrativo. L’ombra  è una controparte inevitabile, una presenza che definisce il contorno stesso della luce.  In un tempo abituato all’eccesso e alla dichiarazione, qui si sceglie la via più difficile quella della sospensione, dell’allusione, del non detto.

Alla fine, ciò che resta è la relazione tra gli elementi.

Sempre natura è

Prima dipingevo ciò che si vede. Ora dipingo ciò che resta. Non è cambiato il tema è cambiato lo sguardo.

Animali, fiori, morte, trasformazione…sempre natura è.

Solo che adesso non la rendo più facile. La seguo. Ho sempre dipinto la natura rendendola riconoscibile, ordinata, comprensibile.

Animali, fiori, forme che si lasciavano guardare…accoglienti.

Poi qualcosa si è spostato.

Non è più una questione di soggetto. È una direzione.

Ho smesso di chiedermi cosa fosse giusto mostrare, ed ho iniziato a seguire ciò che è mio, meno leggibile, meno comodo, la mia natura.